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ALDO RUNFOLA: I NOMI

In un recente numero del New Statesman è stata pubblicata una lettera in cui John Berger, parla a Rosa Luxemburg, la rivoluzionaria scrittrice socialista e filosofa uccisa nel 1919. Non solo parla a lei, ma parla con lei, attraverso alcuni stralci delle sue lettere, spesso scritte durante i periodi di prigionia:  “La libertà”, ci ricorda Berger “è sempre la libertà di chi la pensa diversamente”. Berger nell’articolo descrive per lei una forma di libertà: “Nessuna pagina e nessuna delle celle in cui ti hanno ripetutamente rinchiusa è mai riuscita a contenerti”. Vuole mandarle anche un regalo, una scatola di cartone con sopra stampati degli uccelli e delle parole; una scatola, dice la scritta, di “uccelli canterini”.
Parlare o scrivere delle opere di Aldo Runfola è parlare o scrivere di  una forza solipsistica, di un artista che insiste sull’importanza di tenere gli occhi aperti, di ricalibrare e rienergizzare il pensiero, il sentire, la capacità di ‘tenere’ un atteggiamento di estrema radicalità, di estrema coerenza in un tempo che incoraggia a girarsi dall’altra parte o a guardare solo le immagini riflesse che creano potere e producono ricchezza. Per Runfola, l’atto estetico, l’arte stessa, è sempre immersa in un dialogo su più fronti, un atto che implica la messa in discussione della forma e della configurazione prestabilita delle cose e dei concetti.
Attraverso le opere di Aldo Runfola  è un po’ come scoprire cos’è l’arte, qual è il significato del fare arte, è come guardare e vedere le cose ingrandite spontaneamente. Runfola parla della presenza attiva della parola arte , quella parte del visibile che non ci era destinata. Forse destinata agli uccelli notturni, ai ribelli, ai visionari, ai poeti… Attraverso il suo fare Runfola, indica il punto di vista sull’invisibilità che prevede sempre l’esclusione. Per Runfola è l’atto di trascendere noi stessi l’atto artistico.
Francesca Alfano Miglietti, 2018

Aldo Runfola
Nasce a Palermo (1950), vive a Berlino. Studia filosofia presso l’università Statale di Milano; si definisce anti umanista in prestito alle arti visive. Usa mezzi espressivi diversi, dal video ai ricami di grande formato, esposti in mostre personali e collettive a partire dal 1984. Affascinato e nello stesso tempo sospettoso tanto delle immagini quanto delle parole, concepisce l’arte come una diagnostica sullo stato di salute delle immagini e delle parole. È impegnato attualmente in un nuovo progetto a proposito di ciò che è vivo e ciò che è morto nell’arte.

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